ARCHITECTURE VERNACULAIRE

CERAV

Conferenza di Sergio Gnesda

Architettura in pietra a secco – Le tazota del Marocco

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Sergio Gnesda collabora alle attività di promozione e conoscenza delle costruzioni in pietra a secco promosse dall’Associazione difesa di Opicina (Carso di Trieste-Italia). Nel contesto del Progetto Living Landskape ha tenuto, il 13 dicembre 2017 al Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, la conferenza "Architettura in pietra a secco -  Le tazota del Marocco".

 

Fig. 1 - Manifesto della conferenza.

 

La conferenza si é sviluppata presentando tre aspetti.

 

1 - Gli elementi essenziali ripresi dalla sua monografia sulle « Testimonianze dell’architettura in pietra a secco in Marocco : Tazota e toufris del retroterra di El-Jadida (in lingua francese)» pubblicata nel 1996 dal CERAV nel n°16 Études et Recherches d’Architecture Vernaculaire.

 

Ricordiamo che S. Gnesda é stato il primo a studiare e descrivere tali manufatti. Qui di seguito ci da alcuni estratti della sua presentazione.

 

Fig. 2 - Nella sala delle conferenze (© Lilia Ambrosi-Mitri, 2017).

 

Fig. 3 - Douar / Bled El Haouzia : Il complesso abbandonato delle sei tazota.
Il complesso é circondato dalle rovine di un muro di notevole fattura. La tazota al centro della foto, utilizzata come abitazione, presentava all’interno tracce di calce.

2 - Manufatti collaterali e aspetti costruttivi elaborati in tempi successivi alla pubblicazione della monografia

Fig. 4 - Douar / Bled El Haouzia : Il complesso abbandonato delle sei tazota.
Delle abitazioni c’é solamente la traccia (..........). Il pozzo (b) contiene tuttora dell’acqua ma essa é putrida. I vari silo (a), nascondigli per qualche prodotto della terra e rari oggetti di un certo valore, sono i vuoti testimoni di un’epoca pericolosa. Non tantissimi anni fa il territorio era soggetto a razzie da parte di ladri.

 

Fig. 5 - Matmoura (arabo) – tazraft (berbero) – silo.
La bocca del piccolo silo si chiudeva con una pietra rotonda (ricoperta in seguito da terra) o con varie pietre che dissimulavano il nascondiglio. Per poterne ritrovare la posizione, se il silo era lontano dalla tazota o dall’abitazione, veniva posizionato un sasso di riferimento.

 

Fig. 6 - Matfiia – pozzo.
Ogni douar possedeva uno o più pozzi in funzione delle necessità familiari ma anche per poter irrigare le colture orticole.

 

3 - Elementi che scaturiscono da ricerche e pubblicazioni recenti e che mostrano l’interesse per questo tipo di architettura vernacolare.

 

Le ricerche sul territorio hanno mostrato che la diffusione delle tazota della prima valutazione non era cambiata.

 

Fig. 7 - Area di diffusione delle tazota.
11 x 12 km ≈ 130 km2 (stima S. Gnesda 1995).

 

Fig. 8 - Area di diffusione delle tazota.
11 x 19 km ≈ 200 km2 (valutazione del Ministère de l’habitat, de l’urbanisme et de l’aménagement de l’espace - Direction de l’architecture 2014).

 

Fig. 9 - Due tazota affiancate a tre tronchi di cono sovrapposti. (© Michel Amengual, 2006)
Anche se molto alte non ci sono tracce che indichino che siano state adibite ad abitazione. Nel caso di tazota affiancate non ho mai trovato un passaggio interno. Questa soluzione, abbastanza comune in costruzioni simili nell’area del Mediterraneo, permette di ricavare una superficie utile interna maggiore.

 

Fig. 10 - Manutenzione, riparazione, restauro.
I contadini, che erano gli aiutanti dei mâallem (i muratori della pietra a secco), non sono in grado di intraprendere lavori complessi di riparazione, senza un po’ di coordinazione. Attualmente gli interventi di riparazione sono molto rari anche a causa della scomparsa dei mâallem. In assenza di una campagna di sensibilizzazione, formazione e attività pratiche sul terreno le tazota rischiano di degradarsi e scomparire.

 


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Le 9 février 2018 / February 9th, 2018

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